‘N coppa Santu Nicola. Così gli ischitani hanno definito per secoli la loro montagna.

Una indicazione geografica incomprensibile a chi non sia figlio dell’isola. E introvabile sulle carte topografiche, a cominciare da quella più antica di Mario Cartaro del 1588. Che, invece, ufficializzò il nome con cui il dominatore di tutte le altre alture sarebbe diventato noto ai forestieri: Epomeo.

Il monumento verde che le forze della natura hanno modellato nei millenni, sintesi maestosa della complessa genesi dell’isola, considerata un paradiso dai geologi. La meta di un’esperienza unica che, trovandosi a Ischia, non ci si può negare almeno una volta nella vita.

Monte Epomeo

‘N coppa, sopra. Sottolinea, quell’avverbio, il valore della salita che prepara alla conquista della vetta, per l’incontro con l’isola che non smette mai di sorprendere. Un percorso aspro, impegnativo, complicato dal buio, per poter essere in cima quando nel cielo notturno comincerà a comparire la luce dell’alba. La visione più ambita da sempre, nei giorni sereni, soprattutto d’estate. I prediletti anche dai viaggiatori stranieri, che fin dal ‘600, sempre più numerosi, salivano a dorso di mulo per i sentieri che si aprono su ogni versante del grande cono di roccia.

Non è un monte, non è vulcano, l’Epomeo, ma l’uno e l’altro. E non solo. La sua conformazione è talmente particolare che è stato necessario coniare la definizione di horst vulcano-tettonico. Una gigantesca zolla risorgente di materiali vulcanici: tufi rimasti per migliaia di anni in una caldera al centro dell’isola, a contatto con acque minerali bollenti, che donarono loro la caratteristica colorazione verde, prima che una intrusione di magma dalle profondità della terra li sollevasse verso l’alto, avviando un nuovo processo di trasformazione dell’isola. Così è nato e cresciuto il massiccio dell’Epomeo. Per il mito, la testa dell’inquieto gigante Tifeo.

Vetta Monte EpomeoNell’ascesa notturna alla luce delle torce, rigorosamente a piedi ora che la strada carrabile da Fontana ha ridotto la lunghezza del percorso fino alla sommità, si fatica a distinguere il verde del tufo che di giorno è in perfetta armonia con la fitta vegetazione che fascia i fianchi della montagna. Innumerevoli tronchi accompagnano il percorso tra forre, precipizi, pianori e enormi massi precipitati dall’alto. Boschi di castagni e salici, che offrivano il necessario per la coltivazione della vite - largamente praticata poco più in basso - già agli abitanti dei villaggi di Noia e Toccaneto, sorti sulle pendici del monte nel III secolo a.C. D’altra parte, la montagna era frequentata anche dai più antichi abitatori dell’isola. Attratti non solo dal panorama sulla vetta, ma soprattutto dalla possibilità di avvistare qualunque imbarcazione solcasse il mare dalla terra di Circe fino a quella delle Sirene.

 I fuochi della salvezza

Il prezioso osservatorio dell’Epomeo non ha mai tradito nei secoli. Il deposito di legna sul Monte della Guardia era sempre ben fornito per accendere i fuochi che lanciavano l’allarme di un pericolo imminente. In tempo utile perché tanti isolani abbandonassero i villaggi costieri, per riuscire a rifugiarsi nelle numerose grotte e nelle case di pietra, appositamente scavate nei massi nei punti più impervi e protetti della montagna.casa di pietracasa di pietra

I fuochi sull’Epomeo erano visibili fino a Castel Sant’Elmo. Segnalazioni strategiche per il controllo militare del golfo e di Napoli. E proprio nella narrazione di un episodio del conflitto tra Angioini e Aragonesi svoltosi sulla montagna, Giovanni Pontano rivelò nel suo “De bello neapolitano” nel 1459 l’esistenza di una chiesetta dedicata a San Nicola. Ricavata nel tufo della cresta, è uno dei più antichi esempi di architettura rupestre del Mezzogiorno, impreziosito da un bassorilievo marmoreo del Santo degli inizi del ‘500. È la prima visita che si fa, arrivati finalmente in cima, accolti dall’ambita frescura dell’altitudine, dopo aver percorso l’ultimo tratto della salita in uno stretto passaggio tra le rocce, degna conclusione del Sentiero del Tufo verde.

 

casa di pietraGli eremiti

Di fianco alla chiesetta, nelle piccole celle monastiche create nella pietra, si racconta una storia di contemplazione, scritta da uomini che scelsero di ritirarsi in solitudine e preghiera. Qualche isolano, soprattutto stranieri, tedeschi perlopiù. Come Giuseppe d’Argouth, il valoroso governatore del Castello d’Ischia sotto Carlo III di Borbone che, ritenendosi miracolato da San Nicola durante un’operazione militare sull’Epomeo, decise di farsi francescano e di trascorrere il resto della sua vita sull’eremo. Dove scavò altre celle, abbellì la chiesa e comprò terreni per garantire la sussistenza della piccola comunità di frati. Che coltivavano l’orto e allevavano qualche capra.

D’Argouth, come gli eremiti che ne seguirono l’esempio fino a ottant’anni fa, fu ospite accogliente dei forestieri, che non trascuravano mai la salita all’Epomeo. I resoconti accurati e appassionati dell’escursione, grazie a lettere, diari e non di rado disegni di nobili e intellettuali, raggiunsero ogni angolo d’Europa, confermando Ischia tra le tappe del classico grand tour in Italia.

Dopo le ore trascorse a dorso di mulo, gli eremiti offrivano agli ospiti i prodotti dell’orto, i formaggi delle capre, il vino e l’acqua fresca della cisterna. Non mancava la frutta di stagione, ghiacciata con la neve dell’Epomeo raccolta durante l’inverno dai nevaioli. Trasferita nelle fosse scavate in profondità nel bosco della Falanga, lungo le pendici del monte, coperta da foglie e sotterrata, la neve si conservava fino all’estate, per essere venduta nei villaggi dell’isola.

 

 

Tra la notte e il giorno

Trascorsa la notte sotto il cielo di stelle, la breve attesa dell’alba si consuma da sempre sulla nuda pietra da cui si offre la vista migliore. La nebbia è nemica, ma nelle giornate terse lo spettacolo non delude l’attesa. Una luminosità delicata s’insinua a oriente nell’oscurità e inargenta pian piano la superficie del mare, distinguendola sempre di più dalle sagone scure delle altre isole, dalle Ponziane a Capri, e dalla costa continentale, fino ai Monti dell’Appennino. Mentre la luce del giorno, sempre più potente, definisce i contorni dell’isola tutt’intorno alla vetta. Minuti di esclusiva bellezza. Tra notte e giorno, cielo e terra, luna e sole. Per dirla come la pittrice Elisabeth Luise Vigée-Lebrun: «La poesia deve essere nata qui!». ‘N coppa Santu Nicola…casa di pietra

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