A PIECE OF HEAVEN

Ancora qualche decennio fa,  i bambini giocavano abitualmente tra i grossi cumuli di creta disseminati in ogni angolo del paese.  Ovunque,  nei suoi caratteristici vicoli, il borgo di Maiano, uno dei cinque rioni di Sant’Agnello, rivelava l’importanza della lavorazione della terracotta per la sussistenza dei suoi abitanti.

Tutto legato alle eruzioni dei grandi vulcani costieri, i cui materiali piroclastici erano giunti fin nella Penisola Sorrentina, depositandosi sulle rocce carsiche originarie. Erano le particolari proprietà di quella terra a rendere speciali i prodotti di Maiano. Dalle tegole che coprono i tetti di Sorrento e della costiera  ai  mattoni, messi ad asciugare a migliaia lungo i muri di tufo delle case antiche, fino. agli oggetti da tornio e alle pipe di terracotta. Ma soprattutto i mattoni piatti, i famosi biscotti di Sorrento, utilizzati nei camini e nei tradizionali forni a legna. Il “segreto” della migliore pizza napoletana, conosciuto e riconosciuto dagli esperti a livello mondiale.

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 Dunque, è proprio l’argilla di Maiano che fa la differenza. Raccolta e lavorata secondo modalità tramandate nei secoli di generazione in generazione. Un processo produttivo lungo e delicato. Che ha inizio negli agrumeti, altra eccellenza del territorio, in virtù di un patto consolidato negli ultimi tre secoli tra agricoltori e cretari. E’ nei campi che si trova la terra giusta, estratta a mano da fosse profonde, scavate tra aranci e limoni. In quelle buche finiscono poi anche la cenere e i materiali di scarto delle fornaci, prima dell’impianto di altri giovani alberi, che possono così estendere le loro radici più in profondità e crescere più rigogliosi. Non a caso, nell’Ottocento, quando l’artigianato della terracotta a Maiano era particolarmente fiorente, si registrò anche un forte incremento della produzione di arance, allora prevalenti, e di limoni. Tutti largamente esportati, i manufatti di creta e i frutti, al di fuori della Penisola.

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Una volta scavato, il terreno argilloso viene pestato e ridotto in frammenti, prima di essere messo a decantare nell’acqua, per poi essere mescolato ad altra terra secca, fino ad ottenerne un impasto che, dopo un giorno, viene accuratamente lavorato. Gesti affinati nel tempo, competenze acquisite fin da bambini, i cretari eseguivano fino a pochi decenni fa tutte le fasi della lavorazione rigorosamente a mano, servendosi di pochi attrezzi di famiglia, ereditati dal passato. Come le forme per la realizzazione dei mattoni per i forni, definiti in gergo “suoli”. Citati per la prima volta addirittura nel 1492, in un documento di registrazione del trasporto a Napoli di ottanta “sola de furno”.

La prima essiccazione avviene al sole, poi il passaggio decisivo in forno. Secondo tecniche antiche, praticate dai greci e poi dai romani. Che hanno lasciato tracce importanti della loro presenza a Maiano. All’uscita dal forno, il biscotto di Sorrento ha definitivamente  acquisito le caratteristiche che lo rendono unico: grazie alla forte presenza di silicio dell’argilla vulcanica, è molto poroso, si scalda velocemente a contatto con il fuoco e conserva a lungo il calore. L’ideale per garantire la perfetta cottura della pizza, senza bruciature. 

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Quello del cretaro era uno dei mestieri più antichi della Penisola. Il principale a Maiano, dove numerose erano le famiglie proprietarie di fornaci. L’industrializzazione delle produzioni di materiali per l’edilizia nella seconda metà del Novecento ha inferto un duro colpo all’attività artigianale del borgo santanellese, che ha subito un progressivo spopolamento e abbandono. Oggi, a portare avanti la tradizione sono solo un paio di famiglie. Eppure, le potenzialità di rilancio dell’artigianato della terracotta a Maiano ci sono tutte, attraverso il recupero e la trasmissione a giovani interessati del patrimonio prezioso di conoscenze tecniche e pratiche della lavorazione dell’argilla, che rischiano altrimenti di disperdersi entro qualche generazione. Intanto, il biscotto di Sorrento fatto a Maiano resta fondamentale per la vera pizza napoletana. Quella buona, patrimonio dell’Unesco…

 

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