A PIECE OF HEAVEN

SALERNO
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SALERNO

SULLE TRACCE DELLA SCUOLA MEDICA SALERNITANA

La sera, dalle finestre di Salerno, eseguimmo un altro disegno di quella località incredibilmente amena e ferace, che mi risparmierà ulteriori descrizioni. Chi non sarebbe stato incline a studiare lì,
nei bei tempi in cui fioriva l'alta Scuola?

(Johann Wolfgang von GoetheViaggio in Italia)

 

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 CASERTAVECCHIA

Ê uno dei monumenti più significativi della città. Sebbene abbia una fama decisamente “nera”, tanto da sconsigliarne la frequentazione dopo l’imbrunire fino all’alba. A dimostrarlo c’è il nome con cui è normalmente definito: Ponte del Diavolo. Secondo una leggenda, sarebbero stati i diavoli a costruirlo in una sola notte, chiamati da Pietro Barliario, medico esperto di magia e alchimista dell’XI secolo. Ma nella realtà non si tratta di un ponte, bensì dell’acquedotto con cui prima di Barliario, ovvero nel IX secolo,  si provvide all’approvvigionamento idrico del convento di San Benedetto, convogliando in città l’acqua dei torrenti dalle alture a nord e a est. Per questo furono realizzate due  condotte che si congiungevano in prossimità delle mura orientali, dove fu innalzata l’imponente struttura alta ventuno metri. E caratterizzata da archi ogivali, una novità ingegneristica che sarebbe stata poi utilizzata largamente dopo il Mille e che rende ancora oggi speciale l’acquedotto antico, che sorge nel centro cittadino, proprio sotto il monte Bonadies dominato dal Castello di Arechi.

A legare l’acquedotto alla storia salernitana è anche un’altra mitica notte, perdipiù tempestosa. Proprio sotto i suoi archi, scelti come riparo, si sarebbero incontrati quattro uomini: l’arabo Adela, il greco Ponto, l’ebreo Elino e il latino Salernum, tutti medici. Sarebbero stati loro i fondatori della Scuola Medica Salernitana secondo la leggenda, abile sintesi della varietà dei contributi culturali, occidentali e orientali, che fecero grande il primo istituto universitario della storia. Incontri e scambi che furono certamente favoriti dalla vitalità dell’economia della Salerno medievale, proiettata oltre il mare e nutrita dalle floride relazioni intrattenute con le altre città e comunità del bacino mediterraneo.

Già nel X secolo a Salerno si insegnavano le discipline mediche con il contributo di studiosi di varie provenienze. E questa molteplicità di origini e di apporti fu fondamentale per la crescita e l’accreditamento della Scuola, che divenne principale punto di riferimento per gli studi di medicina e attivissimo centro di elaborazione di teorie e pratiche mediche, conservando quel ruolo di primo piano, seppur con alterne fasi, per quasi nove secoli.

magistri tenevano le lezioni perlopiù presso le loro abitazioni o nei luoghi di cura, che erano numerosi in città. Non di rado accolti nei monasteri. Tra quelli inseriti nel circuito della Scuola vi fu anche l’abbazia di San Benedetto, probabilmente fondata da Arechi II nell’VIII secolo. Fu l’ultimo re longobardo, Gisulfo II, che nel 1057 fece nominare abate Alfano, destinato a diventare un anno dopo arcivescovo di Salerno e una delle personalità più in vista del suo tempo. E tra i suoi tanti talenti ben coltivati, Alfano fu anche insigne medico. Perciò l’abbazia, compresa tra i luoghi di cura della Scuola, lo vide probabilmente dare lezione tra le sue mura ai giovani studenti. Anche lui, intanto, continuava a studiare i testi degli antichi maestri, privilegiando un approccio filosofico alla medicina allora piuttosto diffuso,  giovandosi non poco degli  incontri con medici di formazione diversa. Come il cartaginese Costantino l’Africano, che aveva viaggiato in tutto il Mediterraneo e in Oriente, acquisendo una grande cultura e una solida preparazione medica. Giunto fortunosamente in Italia, si fermò proprio a Salerno, dove fu tenuto in grande considerazione dal primo signore normanno della città, Roberto il Guiscardo. Questi aveva accolto anche Alfano, il quale svolse un ruolo tanto delicato quanto determinante nel facilitare senza traumi il passaggio dal principato longobardo al nuovo assetto normanno. Grande amico di Desiderio, abate di Montecassino, che sarebbe diventato presto Papa Vittore III, fu lui a presentargli Costantino, che decise di farsi frate, ritirandosi a Montecassino, dove si dedicò alla traduzione  in latino dei testi base di medicina frutto della cultura araba e dei grandi classici greci di Ippocrate e Galeno, di cui esistevano ormai solo versioni in arabo. Un’opera determinante per la Scuola e, più in generale, per l’avanzamento della scienza medica del suo tempo. Prezioso fu anche, da quel punto di vista, il contributo di Alfano, che tradusse opere dal greco a cui ne aggiunse di sue, tra cui un trattato sui quattro umori del corpo umano, che è tra i pilastri dell’elaborazione teorico-pratica della Scuola.

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Alfano, da arcivescovo, fu il promotore della costruzione della Cattedrale inaugurata nel 1084. Nella cappella di Santa Caterina d’Alessandria si riunivano i professori della Scuola e si consegnavano le lauree, riconosciute in tutte le nazioni europee del tempo, ai giovani medici. Tra i finanziatori della fabbrica del Duomo all’epoca di Roberto il Guiscardo vi furono anche i nobili De Ruggiero. E a quella famiglia normanna apparteneva la famosa Trotula, che qualche tempo prima, durante il regno di Gisulfo, grazie alle condizioni dei De Ruggiero aveva potuto non solo studiare, ma giungere alla laurea in medicina, divenendo la prima donna medico della storia. Rimase a operare nella sua città come ostetrica e anche come magistra  della Scuola. A lei è attribuito il De mulierum passionibus ante in e post partum, praticamente l’atto di nascita dell’ostetricia e ginecologia come branca della medicina, ma scrisse anche il De ornatu mulierum, un trattatello sulla cosmesi, di cui pure si occupava. Trotula è sicuramente la più famosa, ma numerose altre furono le laureate a Salerno, note come mulieres Salernitanae, tra cui Abella Salernitana, autrice del De natura seminis humani, Costanza CalendaRebecca GuarnaMercuriade e la stessa Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. La Scuola Medica, anche in linea con la cultura longobarda che non escludeva le donne dalla possibilità di studiare né dall’esercizio del potere o dal prendere le armi, non faceva differenze di genere tra i suoi studenti. Piuttosto, se Trotula e le sue colleghe si specializzarono in alcune branche piuttosto che in altre, fu semplicemente perché erano le donne che nel Medio Evo potevano curare le altre donne. E Trotula, poi, sposata al medico Giovanni Plateario, diede inizio a una dinastia di medici con i figli Giovanni il Giovane e Matteo.

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Nel XII secolo la Scuola rafforzò la sua attività di ricerca e di formazione di nuove generazioni di medici, anche proseguendo l’opera di recupero, traduzione e divulgazione di testi fondamentali greci, arabi ed ebraici (le stesse origini dei mitici fondatori). In quegli anni di grande fulgore, inoltre, produsse molti testi nuovi, specialistici, frutto delle osservazioni e delle esperienze di due figure professionali che andavano allora differenziandosi:  il medicus, che per la sua formazione filosofica e scientifica aveva il compito di insegnare, e il practicus, ovvero il chirurgo.

Con Federico II la Scuola Salernitana conobbe un altro periodo d’oro, giacchè fu valorizzata al massimo la sua funzione cardine nella politica a favore della salute pubblica inaugurata dall’imperatore, che nelle Costituzioni di Melfi del 1231 approvò la prima legislazione sulla sanità pubblica, assolutamente all’avanguardia. Tra l’altro, vi si codificavano le modalità di assunzione dei medici e dei professori medici e l’ordinamento degli studi di medicina, che prevedeva  tre anni di logica e cinque di medicina e chirurgia, con l’anatomia resa materia obbligatoria. E per la prima volta erano stabiliti anche i diritti e i doveri del medico rispetto ai pazienti, compresi i costi di ogni prestazione, da erogarsi gratuitamente ai poveri. 

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Altro luogo strettamente legato alla storia della Scuola è il Giardino della Minerva, fedele ricostruzione dell’Hortus Sanitatis della Scuola, che è considerato il più antico orto botanico al mondo. A impiantarlo e farlo crescere fu un celebre medico, Matteo Silvatico, che nel XIV secolo utilizzò a quello scopo una proprietà della sua famiglia da generazioni, nel centro della Salerno medievale. Lì coltivava varie specie di piante, i cosiddetti “semplici”, regolarmente utilizzate per preparare i farmaci della Scuola, anche se un altro celebre medico salernitano, Gariponto, raccomandava di raccogliere le erbe sul Monte Stella. E lì Silvatico, che frequentava a Napoli la corte angioina, teneva anche le sue lezioni agli studenti, spiegando loro pianta per pianta quali ne fossero la caratteristiche e proprietà terapeutiche e come dovesse essere somministrata ai pazienti. D’altra parte, l’erboristeria era uno dei punti di forza della Scuola, ispirata anch’essa alla teoria “dei quattro umori”.

Tornado nella zona del Duomo, a poca distanza si arriva sull’arteria che attraversa tutto il centro storico, via dei Mercanti, nota come Drapparia” intorno al Mille per via delle botteghe di tessuti. Proprio in quel periodo, in piena epoca longobarda, fu edificata la chiesa di San Gregorio, a tre navate, che già nel 1176 subì un primo intervento di restauro sotto Ruggero II. Ma fu nel Settecento che iniziò la decadenza, quando una sua parte fu demolita per facilitare l’accesso al nuovo Palazzo Pinto, che oggi si trova dirimpetto. Non più utilizzata da decenni e ormai sconsacrata, nel 2009 è stata recuperata come sede del Museo Virtuale della Scuola Salernitana. Al suo interno, grazie alla presenza di installazioni interattive, viene illustrata la storia della Scuola, con particolare attenzione al suo periodo d’oro tra il X e il XIII secolo. Il pavimento di vetro permette di osservare la struttura originaria e una serie di antichissimi ferri chirurgici. Un posto di rilievo è riservato alla storia di Trotula De Ruggiero e ai codici miniati medievali con i trattati della Scuola, riprodotti su pannelli luminosi. Merita da solo la visita al museo, tuttavia,  il Regimen Sanitatis Salernitanum, l’opera più famosa della Scuola. Noto anche come Flos Medicinae Scholae Salern, è un trattato in latino e in versi, di autore anonimo, scritto probabilmente a più mani tra il XII e il XIII secolo, che raccoglie tutte le prescrizioni e le raccomandazioni circa lo stile di vita più salutare, con indicazioni sul cibo, le norme igieniche e l’uso terapeutico delle erbe. Proprio la Scuola Medica introdusse e valorizzò con le pratiche che diffondeva la prevenzione delle malattie. L’opera ebbe enorme risonanza e, quando poté essere stampata, fu tradotta in tutte le lingue europee. E l’originale è oggi esposto nel museo salernitano.

Non lontano, in via Trotula De Ruggiero, si trova il Museo Roberto Papi, dedicato al figlio del collezionista, Mario, che ha messo insieme nel tempo una straordinaria raccolta di strumenti medico-chirurgici di valore mondiale. Gli spazi espositivi ospitano oggetti riconducibili a tutte le branche della medicina così come erano praticate tra il XVII e il XX secolo e riproduce scene di vita medica legate alla storia ultrasecolare della Scuola Medica Salernitana. Soppressa ufficialmente nel 1811 dal re Gioacchino Murat, la Salerno odierna ne sta recuperando il valore anche valorizzando i luoghi che la videro crescere e trasformarsi in una eccellenza mondiale.

 

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