A PIECE OF HEAVEN

CASERTA
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CASERTA

un nome per tre città

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Tre città in una. Caserta nei secoli si è trasferita, trasformata, moltiplicata e rigenerata. E se nel mondo il suo nome è indubbiamente abbinato alla magnifica reggia borbonica, le sue altre identità, oscurate dal capolavoro di Vanvitelli, costituiscono anch’esse un richiamo di altissimo valore e di grandissimo interesse. Dal magnifico borgo della città più antica, la Casa Hirta originaria, sicura in collina per sette secoli, prima di diventare la Caserta Vecchia, soppiantata nelle sue principali funzioni e abbandonata dalla stragrande maggioranza degli abitanti a favore della nuova Caserta,corrispondente al capoluogo attuale, sviluppatasi nella sottostante pianura. Lì dove, nella metà del Settecento, prese forma anche la stupenda reggia voluta da Carlo di Borbone e degna di un grande stato europeo. La novità che segnò per la Campania felix l’inizio di una nuova epoca di straordinaria valorizzazione del territorio, connotata da altre nuove, impegnative ed entusiasmanti imprese: dall’Acquedotto Carolino all’insediamento modello di San Leucio, a soli tre chilometri da Caserta, alle Reali Delizie di contorno alla reggia come la Reale Vaccheria e oltre, con la tenuta agricola di Carditello. Una incredibile concentrazione di attrattori culturali e ambientali di cui la reggia è certamente l’epicentro, ma che non si esaurisce nelle sue stanze, tra i suoi padiglioni, nel suo immenso parco.

 

 CASERTAVECCHIA

CASA HIRTA

La strada si apre nel bosco,

tra gli abeti che s’innalzano verso il cielo.

 

Tutta in salita, per arrivare sulla collina a oltre quattrocento metri di altezza, dove si apre la visuale fino al mare del golfo di Napoli. Casa Hirta la chiamavano nel Medio Evo, proprio per sottolineare la posizione collinare di quel borgo che si era andato sviluppando fin dal IX secolo, in piena epoca longobarda, intorno al castello, che si diceva custodisse delle uova d’oro nelle segrete. E fu la difesa assicurata dalla fortezza che convinse a trasferirsi lì anche gli abitanti fuoriusciti da Calatia, dopo che l’antica città aveva subito nell’880 l’oltraggio della distruzione da parte dei Saraceni.

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Era imponente, la rocca, con le sue quattro torri di avvistamento, le solide mura e il maschio, alto ben trentadue metri, a dominare, allora come oggi, il panorama del borgo. Dove i caratteri distintivi di quel periodo sono le vie strette, i portali medievali, la pietra degli edifici, gli elementi architettonici gotici. L’ambientazione ideale per le novelle del Decameron, scelta da Pasolini per la sua celebre opera cinematografica.

Nel centro di Casa Hirta, divenuta Caserta e passata sotto il dominio normanno, già sede vescovile fin dall’abbandono di Calatia, sorse la nuova cattedrale per volontà del vescovo Rainulfo. I lavori cominciarono nel 1113 e proseguirono per quarant’anni, fino al 1153, quando avvenne la consacrazione. Ci furono in seguito altri interventi, che arricchirono dal punto di vista architettonico la struttura originaria o che, come nel Settecento, la modificarono radicalmente con perdite artistiche pesanti. Già nella prima versione, la chiesa madre casertana, intitolata a San Michele arcangelo, si presentava come una armoniosa sintesi di romanico, con influenze da varie parti d’Italia, e di arabo-normanno siciliano, mutuato probabilmente da Amalfi. Con i rimaneggiamenti del XIII secolo si aggiunse anche il gotico. Poi, nel XVII secolo, l’irruzione del barocco, che prevalse a scapito di  tanta parte delle opere precedenti per essere poi, a sua volta, sacrificato al radicale restauro che un secolo fa ripristinò il romanico.

Realizzata in tufo grigio campano dai riflessi dorati, sulla facciata risaltano per contrasto i tre portali in marmo bianco. L’interno, a tre navate, presenta una pianta a croce commissa (il Tau) con la navata centrale caratterizzata dal soffitto a capriate ed evidenziata da diciotto colonne di marmo cipollino con capitelli tutti diversi che, secondo la leggenda, sarebbero state recuperate a Calatia e trasportate nella nuova chiesa dalle fate dei Monti Tifatini. Le colonne sorreggono archi a sesto acuto. Come quello che collega la navata centrale al transetto a tre absidi dalla volta a crociera, con una cupola dagli elementi arabi che la avvicinano all’omologa del duomo di Salerno. Tra le opere d’arte, si segnalano gli affreschi della cappella trecentesca, gli unici scampati alla distruzione causata dalla riconversione barocca, un Crocifisso di legno di autore ignoto sull’altare centrale, un affresco quattrocentesco con l’immagine della Vergine col Bambino, e due monumenti funerari ispirati alle opere di Tino da Camaino. All’esterno, a destra dell’ingresso, si staglia contro il cielo con i suoi trentadue metri un magnifico campanile del 1234.

A quel tempo, sotto gli Svevi e controllata da Riccardo Di Lauro, Caserta continuò la sua espansione, che invece si bloccò con l’avvento degli Aragonesi, quando cominciò un inesorabile declino, segnato da un progressivo spopolamento già nel Cinquecento, quando il conte Giulio Antonio Acquaviva lasciò la residenza nella città alta, per trasferirsi nella sottostante pianura. Dove stava per nascere una nuova Caserta. Mentre quella in collina, distante una decina di chilometri, diventava Caserta vecchia.  Toponimo con cui è identificata e conosciuta ancora oggi che il suo borgo è tornato ad essere apprezzato sia per la posizione che per la bellezza dell’insediamento antico, proclamato monumento nazionale nel 1960.   

 

DC Caserta ASA 5719

CASERTA

La grande e fertile pianura percorsa dal Volturno

era stata scelta più volte, già nell’antichità

Dagli Osci e dagli Etruschi, fondatori della città di Calatia fin dall’VIII secolo, e poi dai Sanniti a cui appartengono le tombe del V secolo rinvenute qualche decennio fa sotto la Reggia. In seguito, non erano mancati i Romani, ma quando la città, insieme a Capua, si alleò con Annibale, la punizione fu  implacabile e il declino inevitabile. Il riscatto arrivò in seguito, in piena età imperiale e per diversi secoli l’insediamento nella piana ai piedi dei monti Tifatini si sviluppò florido, mentre la vita dei suoi abitanti scorreva piuttosto tranquilla. L’avvento dei Longobardi nel IX secolo, tuttavia, non fu pacifico. Il nuovo signore di Capua, Pandone il Rapace, attaccò Calatia, dispendendone la popolazione, che in parte si trasferì nell’attuale Caserta vecchia, evidentemente preesistente e ben protetta dalla posizione collinare. Ma fu in pianura che Pandone affermò definitivamente il suo dominio, sancito con la costruzione nell’863 di una torre, che divenne il fulcro dell’abitato di epoca longobarda, cresciuto nel luogo che prese proprio il nome di La Torre.

Dà lì iniziò la nuova vita di Caserta quando all’inizio del Cinquecento il conte Giulio Antonio Acquaviva, la cui famiglia era subentrata ai Della Ratta nel possesso de La Torre e delle aree circostanti,  decise di trasferire la sua residenza dalla città collinare nel feudo in pianura. Dove cominciarono a seguirlo gli altri abitanti, attratti dalle nuove opportunità che si aprivano, soprattutto grazie al grande mercato che si svolgeva intorno alla torre e che rese ben presto famosa la nuova realtà in tutto il circondario. E a suggello della loro scelta, gli Acquaviva ampliarono l’antica torre, edificando un grande e bel palazzo adeguatamente fortificato, che abbellirono anche con un importante giardino, divenuto ben presto  meta  obbligata di visita per i viaggiatori, in particolare stranieri, di passaggio nella nuova città. 

Il centro di quell’originario impianto della Caserta rinascimentale continua ad essere il cuore della città odierna. Ha preso il nome dal grande artefice della terza trasformazione di Caserta, Luigi Vanvitelli, la piazza che era anticamente del mercato, la cui vasta area è oggi occupata dalla villa comunale, adorna di una fontana, che accoglie anche il monumento al padre della Reggia, opera dello scultore Onofrio Buccini del 1879. Sulla piazza affacciano quanto resta della torre longobarda, nell’angolo nord-occidentale, e il contiguo Palazzo Acquaviva, che ha mantenuto il suo ruolo di protagonista della vita cittadina come Palazzo della Prefettura. Sempre in piazza Vanvitelli hanno sede il Municipio e la Banca d’Italia, a conferma dell’iniziale funzione cinquecentesca. 

Da piazza Vanvitelli si raggiunge corso Giannone, che costeggia il parco della Reggia e rappresenta il punto di partenza dei percorsi che conducono alle frazioni storiche della Caserta borbonica: il Real Belvedere di San Leucio, distante circa tre chilometri, la Reale Vaccheria, a cinque chilometri, fino al borgo medievale di Caserta vecchia sulla collina. 

Sempre  partendo  da  piazza Vanvitelli, attraverso via Pollio, sulla destra si arriva in piazza Duomo, con la cattedrale ottocentesca intitolata a San Michele arcangelo come quella, ben più antica, che si conserva a Caserta vecchia. Il nuovo Duomo cittadino ha avuto una genesi molto travagliata, che si è trascinata per decenni a causa di vicissitudini legate alla progettazione e realizzazione dell’edificio, ma anche ad alcune vicende storiche del Regno di Napoli. Si cominciò a lavorare al nuovo tempio nel 1783, quando, perduta la chiesa parrocchiale di San Sebastiano per un incendio, gli abitanti di Caserta si ritrovarono a dover svolgere tutte le funzioni religiose nella piccola chiesa quattrocentesca dell’Annunziata. Per ottenere una nuova chiesa si rivolsero direttamente al re, che sollecitò le autorità locali ad avviare l’opera. Il progetto fu affidato all’architetto di corte Giovanni Patturelli, ma non convinse i committenti, che chiesero l’intervento del sovrano proprio alla vigilia dei moti carbonari del 1820/21. Fu solo dopo che re Ferdinando decise che la chiesetta dell’Annunziata doveva essere demolita per fare spazio ad una cattedrale e ne affidò il nuovo progetto a Pietro Bianchi. Il 30 maggio 1822 fu messa la prima pietra e dieci anni dopo fu inaugurata la nuova chiesa a tre navate, che si rivelò un clamoroso insuccesso. Fu chiamato allora un nuovo architetto, ma anche il suo lavoro fu bocciato. Solo nel 1837 fu incaricato di ristrutturare il Duomo l’architetto Pietro Valente, che dirigeva l’Accademia di Belle Arti e che rivoluzionò la struttura preesistente, dandole un’impronta decisamente neoclassica e chiamando i migliori artisti del momento per abbellirla. Si giunse finalmente all’inaugurazione della Cattedrale, intitolata a San Michele arcangelo, nel febbraio 1842 e alla solenne cerimonia parteciparono anche il  re Ferdinando II e la regina Maria Teresa. Nel tempo sarebbero seguiti altri interventi minori e altri abbellimenti, fino all’ultimo intervento del 2014, che ha restaurato i sotterranei, dove sono state realizzate cripte che custodiscono i reperti archeologici trovati nel territorio casertano e che ospitano opere di artisti contemporanei. 

Sulla facciata del Duomo si staglia la scalinata in pietra di Bellona, che dà accesso ai tre portali d’ingresso a cui corrispondono le tre navate dell’interno, scandite da colonne. La navata centrale è coperta da un soffitto a cassettoni decorati a stucco. Tra la navata e il transetto si distingue il Trionfo di San Michele arcangelo sul demonio di Luigi Taglialatela. L’abside reca affreschi raffiguranti i Dodici Apostoli ed episodi biblici. Tra le cappelle, una è dedicata a Sant’Anna, patrona della città.

Da piazza Duomo si entra nella lunga via San Carlo, su cui s’incontra il settecentesco Palazzo Paternò, residenza storica della nobile famiglia siciliana, noto per i suoi ambienti finemente affrescati. Sempre da piazza Duomo si può, invece, proseguire il cammino in via San Giovanni che porta su corso Trieste, la principale arteria cittadina, che collega Caserta alla sua Reggia.

Il primo tratto di corso Trieste si conclude in piazza Dante, in passato piazza dei Quattro Canti, in riferimento ai quattro edifici uguali, dotati di portici, che ne rappresentano l’elemento distintivo. Proseguendo su corso Trieste, si arriva in piazza Gramsci, dove si trovano i Giardini della Flora. All’ingresso, la statua dell’Agricoltura ricorda la vocazione storica della Campania Felix. Pochi altri passi e ci si trova  nella stupefacente vastità di piazza Carlo III, più grande di piazza San Pietro. E lì la Reggia è pronta a svelare le sue meraviglie.

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Complesso monumentale di San Vitaliano

All’epoca era nota come Miliarum. Una zona della Campania Felix ai piedi di Casa Hirta, in pianura, dove il vescovo Vitaliano di Capua scelse di rifugiarsi da eremita nell’VIII secolo.
Lì, in quella che è la frazione Casola della Caserta di oggi, sorse un eremitaggio, divenuto ben presto punto di riferimento per i numerosi miracoli attribuiti al religioso, già in odore di santità. Fu proprio il futuro Santo a costruire il complesso che avrebbe preso il suo nome. Uno spazio ristretto, delimitato da mura di pietra, raggiungibile ancora oggi attraverso un sentiero di campagna lungo il quale s’incontrano varie cappelline dedicate al fondatore.
Elemento centrale e fondamentale è la chiesa, a pianta rettangolare, formata da un ampio presbiterio e da una cantoria dove, in una nicchia nella parete è collocata una statua del Santo.  All’interno dell’edificio sacro si trova, poi una cappellina il cui altare in stucco è sormontato da un’immagine della Madonna del Rosario. All’esterno, c’è un portico a tre archi di cui quello centrale immette nell’ingresso della chiesa, mentre i due laterali introducono alle celle dei monaci. Completa la struttura un campanile, che partecipa all’armonia estetica complessiva dell’eremitaggio. 
Citata per la prima volta in una bolla del 1113 con cui l’arcivescovo di Capua indicava al nuovo vescovo Rainulfo le chiese della sua diocesi, nel 1700 l’edificio è indicato in un altro documento come malmesso e decadente. Fu solo nel 2001 che vennero avviati i lavori di restauro, che hanno restituito ad ogni elemento del complesso architettonico il suo splendore originario. Di particolare valore il ripristino della copertura a capriate della chiesa, l’eliminazione di tutte le sovrapposizioni ornamentali e il recupero delle mura.

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