A PIECE OF HEAVEN

CAPRI
L'ISOLA AZZURRA
CAPRI
L'ISOLA AZZURRA
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L'ISOLA AZZURRA
CAPRI
L'ISOLA AZZURRA

Capri, charme & capriccio: 

è il prototipo millenario dell’esclusività su scala planetaria. Era e rimane mitizzata in ogni suo aspetto. Al suo cospetto lo spirito del viaggiatore frenetico si ammorbidisce, per lasciare emergere qualcosa di straordinario: la Piazzetta, i Faraglioni, la Grotta Azzurra che «è la grotta più celebre dopo quella di Betlemme», come ricordava Domenico Rea. E Via Camerelle, Via Krupp e Villa Jovis, così, quasi all’infinito… Capri è la seconda per estensione e numero di abitanti tra le isole dell’arcipelago partenopeo. Secondo alcuni studiosi, sull’origine del nome c’è una duplice spiegazione, perché più che «isola delle capre», potrebbe essere «isola dei cinghiali», dal greco kapros, cinghiale appunto, animale del quale sono stati trovati numerosi reperti fossili. È stata definita «una scheggia di promontorio», perché in origine rappresentava l’estrema punta delle penisola sorrentina, di cui conserva le caratteristiche morfologiche carsiche (è ricca di grotte e anfratti), e dalla quale si è separata in seguito a movimenti tellurici. Colonizzata dai Greci dell’Acarnania, divenne romana con Augusto che vi sbarcò nel 29 avanti Cristo. In seguito a un prodigio, Augusto l’acquistò dalla Napoli greca in cambio di Ischia, e vi costruì grandi insediamenti, lanciandone lo sviluppo. Alla sua morte, nel 14 dopo Cristo, Tiberio – che ereditò l’Impero – la scelse per trascorrervi i suoi ultimi dieci anni, lontano da Roma. Il territorio è diviso in due dal monte Solaro (589 metri) che, per gli strapiombi delle sue falesie, ne ha condizionato gli insediamenti in luoghi separati, Capri e Anacapri, Comuni autonomi.


Appena scesi dal traghetto o dall’aliscafo, ci si trova a Marina Grande, approdo commerciale e turistico. È un po’ come un gran bazar di negozietti e uffici di agenzie, pullulante di escursionisti e viaggiatori d’un giorno; e un po’ è come un villaggio galleggiante per le centinaia di natanti attraccati (molti altri ormeggiano in rada), i cui «abitanti» amano scendere a terra di sera, quando i gitanti abbandonano l’isola. Si può scegliere di andare a fare un tuffo ai Bagni di Tiberio o alla spiaggia libera, non lontana, oppure si va a piedi per le viuzze pedonali e le gradinate che spuntano su via Acquaviva, alla fine della quale c’è la porta medievale di Capri. Salendo dal porto per la via provinciale Marina Grande, c’è la Chiesa di San Costanzo (divenuto patrono dell’isola contro le invasioni saracene) che è però dedicata alla Madonna della Libera, ed è stata sede vescovile fino al 1596. Probabilmente eretta su una preesistente basilica paleocristiana, ha una struttura a croce greca di influenza bizantina. Per spostarsi dall’approdo l’alternativa è prendere la funicolare, da Piazza Vittoria: in cinque minuti si arriva in paese, dopo aver percorso un tratto di 648 metri. Fu inaugurata ai primi del ‘900 e, da allora, funziona senza soste, a gran ritmo, soprattutto in estate. Dalla sua terrazza panoramica si affacciano le coppie di innamorati: è il primo approccio con un’infinità di punti di osservazione incantevoli. Si entra così a Piazza Umberto I, ovvero nella Piazzetta, espressione del mito e dell’identità caprese, nonché la certificazione della mondanità dell’isola. È il cuore dal quale si diparte la vitalità caprese, di giorno e soprattutto di notte; il punto di riferimento del jet-set mondiale che qui ama farsi vedere, incontrarsi, mescolandosi ai turisti, tra tavolini di bar, spazi angusti, chiacchiere multilingue. Nel Settecento (seconda metà) era il luogo del mercato, dunque strategico allora come oggi: c’è il municipio, la Torre dell’Orologio, la Chiesa di Santo Stefano, già cattedrale (fino al 1818, anno in cui fu abolito il vescovado), il cui edificio attuale fu terminato verso la fine del Seicento: è interessante il pavimento policromo in tarsie marmoree davanti all’altare maggiore, che proviene dagli scavi di Villa Jovis. Qui è conservata la statua di San Costanzo. In pieno abitato e negli immediati dintorni, non è l’unica chiesa: c’è ad esempio quella di Sant’Anna, eretta alla fine del ‘300, con una facciata seicentesca; senza dimenticare la chiesa del SS. Salvatore con il convento delle Teresiane. Nel trecentesco palazzetto di fronte alla chiesa di Santo Stefano c’è il museo archeologico del Centro caprense «Ignazio Cerio», che fu fondato da Edwin Cerio nel 1949 e dedicato al padre, medico naturalista divenuto un profondo conoscitore dell’isola in cui si era trasferito nel 1868. Va detto, tornando alla dimensione profana, che si deve all’inventiva di Raffaele Vuotto, giovane caprese, la sistemazione dei primi tavolini in Piazzetta: era il lontano 1938. Le opzioni, spostandosi dalla Piazzetta, sono molteplici e fascinose. Via Le Botteghe ha una atmosfera araba, strettissima, nel centro antico: è qui che furono aperte le prime botteghe di generi alimentari. In via Camerelle si entra nel paradiso dello shopping, tra negozi eleganti e «griffe» mondiali: ma non bisogna dimenticare che questa strada che lega il piazzale del Quisisana con via Tragara, ha origini romane, ed era caratterizzata da una serie di vani (camerelle, appunto: forse erano cisterne) realizzati in un muro di sostegno. Tragara è considerata la più romantica tra le vie di Capri, ci si muove tra ville, alberghi, colori e profumi, fino a un belvedere e giù alla cala dove, tra i Faraglioni e lo Scoglio del Monacone, c’era il principale porto dei Romani. Loro, in un’era di sfarzi, in questa zona, costruirono dimore e ninfei, e molto tempo dopo furono imitati da numerosi artisti che, nel Novecento, l’hanno eletta a rifugio ideale. I Faraglioni, i tre scogli del mito, erano chiamati Sirenum Scopuli, gli scogli delle sirene. Sono tre pinnacoli risparmiati da frane ed erosioni. Hanno tre nomi diversi. Stella, che è alto 111 metri, è il primo, ed è il più vicino alla costa; il Faraglione di mezzo, alto 81 metri, è legato allo Scopolo (o Faraglione di fuori), da uno spazio marino di otto metri che ha un arco nel centro. Solo sullo Scopolo vive la famosa lucertola azzurra, Podarcis sicula coerulea o Lacerta coerulea faraglionensis, che fu scoperta da Ignazio Cerio nel 1870. A un quarto d’ora dalla Piazzetta, sul versante sud, c'è invece la baia di Marina Piccola, dove si giunge percorrendo via Mulo che, per interi tratti, è stata costruita a gradini: qui c’è la Villa Pierina, che fu acquistata – con la vicina Villa Serafina - dal grande scrittore russo Maxim Gorkij che, agli inizi del Novecento, vi abitò impegnandosi a organizzare la scuola rivoluzionaria, con gli altri esuli russi. Marina Piccola è un polo del turismo balneare, con i suoi rinomati stabilimenti ma, fino alla fine dell’Ottocento, c’erano solo le casupole dei pescatori di corallo. Scendendo qualche gradino s’incontra la cappelletta di Sant’Andrea, fatta costruire nel 1900, su progetto del pittore Riccardo Fainardi, da Ugo Andreas, ingegnere tedesco proprietario di Villa Capricorno a Tragara. Va detto che Ugo Andreas, con Mortiz von Bernus, pagò la fabbrica – tra il 1899 e il 1901 - per la costruzione della Chiesa Evangelica, sempre a Tragara, che veniva incontro alle esigenze della folta comunità tedesca di allora: si fa notare per il tetto spiovente e lo stile goticizzante. Continuando si arriva allo Scoglio delle Sirene che divide l’insenatura in due, Marina di Pennauro e Marina di Mulo. Secondo alcuni è qui che si trovava «il prato fiorito sul mare», quello che nei racconti di Omero e di Apollonio Rodio era il luogo da cui le Sirene tentarono Ulisse con il loro canto melodioso. Al di sopra di Marina Piccola, sul versante di sud-est del Monte Solaro, a 150 metri sul mare, c’è la Grotta delle Felci, dove sono state rinvenute le tracce umane più antiche, datate dal paleolitico superiore all’età del bronzo, e in particolare del periodo neolitico intermedio. Sempre dalla Piazzetta, in alternativa, da via Longano, per via Supramonte e, dopo il quadrivio della Croce, entrando in via Tiberio, si può procedere verso l’itinerario caprese più celebre, quello che conduce fino a Villa Jovis e al Monte di Tiberio (335 metri). Scenario rurale, tra vigneti, orti, giardini, agrumeti e boschetti, passando davanti alle cappelle di San Michele (piccolo complesso conventuale con campanile a vela e dai caratteri bizantini), in località Cesina, di Monetella e Moneta. Dedicata a Giove, la Villa Jovis dell’imperatore Tiberio è la prima tra le dodici ville isolane d’epoca romana. Immensa, con settemila metri quadrati di costruzioni, tredicimila metri di parco con terrazze e ninfei disseminati su 40 metri di dislivello, si protende, maestosa, verso la Penisola Sorrentina e Punta Campanella. Gli scavi di Amedeo Maiuri hanno riportato alla luce il nucleo centrale con grandi cisterne, intorno alle quali s’identificano quattro aree: il quartiere dell’imperatore e della corte; la zona della servitù, quella delle terme e lo spazio per le udienze pubbliche. Si possono notare almeno due fasi di stratificazione: la prima dell’epoca augustea, con l’uso di pietra calcarea ricoperta di opus reticulatum con intonaco e pitture, i pavimenti in mosaico di marmo; e la seconda visibile nei pavimenti ricoperti di lastre di marmo e pareti rivestite con mosaico di vetro. Andando oltre, verso l’estremità settentrionale della Villa, si arriva al cosiddetto Salto di Tiberio, 297 metri a picco sul mare, che – seguendo i leggendari racconti di Svetonio – era il punto dal quale l’imperatore faceva scaraventare «vittime umane per il proprio divertimento». Sulla terrazza più alta della Villa, proprio per fronteggiare «l’atmosfera pagana», i capresi vollero costruire la chiesetta di Santa Maria del Soccorso, ritrovo dei pescatori. Dalla prima parte dell’itinerario precedente, deviando per via Lo Capo, si giunge a Villa Fersen, costruita dal poeta e conte francese Jacques d’Adelsward Fersen (1880-1923), conosciuta anche come Villa Lysis, dal nome del giovane amico del filosofo Socrate. Fersen era un dandy del Decadentismo: esteta simbolista, fu perseguitato in patria per la sua omosessualità. Il contesto naturalistico è meraviglioso, e l’edificio è di gusto neoclassico, rivisitato in stile liberty. Dal quadrivio della Croce ci si può invece orientare verso gli scenari selvatici dell’Arco Naturale, della Grotta di Matermania (o Matromania), fino al Pizzolungo e oltre, costeggiando le pendici del monte Tuoro, fino a scoprire la curiosa sagoma di Villa Malaparte. L’Arco Naturale si trova a 200 metri di altezza sul mare, nella cala di Matermania, ed è ciò che resta di uno smottamento di una grande cavità nella montagna, allargatosi nel tempo, per effetto dell’erosione. Continuando, in discesa, la Grotta di Matermania è interessante perché si pensa che fosse la sede del culto di Cibele, la Mater Magna dell’antichità, la dea della fecondità. In età imperiale fu utilizzata – lo dimostrano i decori con mosaici alle pareti – come lussuoso ninfeo. Qui si riposava e banchettava. Proseguendo, lo sguardo si posa sull’architettura particolare di Villa Malaparte. Lo scrittore Curzio Malaparte, nel 1936, spese 300 lire per comprare il promontorio su Punta Massullo, dove fece costruire – dal 1938 al 1940 – la «Casa come me», appunto pensata e fatta a propria immagine e somiglianza con l’aiuto del progettista razionalista Adalberto Libera. Il panorama spazia dai Faraglioni alla parete di Matermania, mentre a est ci si perde nella costiera amalfitana: è davvero un luogo suggestivo. Ancora partendo dalla Piazzetta, si va ai Giardini di Augusto, a pochi passi. A terrazze panoramiche, questi giardini pubblici facevano parte delle proprietà dell’industriale tedesco dell’acciaio Alfred Krupp, il re dei cannoni che adorava Capri ma non fu ricambiato di tanto amore. Krupp donò questo parco, intitolato al suo nome fino al 1918, al Comune. Ospita un monumento a Lenin, in ricordo del suo soggiorno caprese, realizzato dallo scultore Giacomo Manzù. A congiungere i Giardini di Augusto con la Marina di Pennaulo, sul versante di Marina Piccola, c’è un altro spicchio di mito caprese: la via Krupp, considerata una vera e propria opera d’arte. Ripida, con i suoi tornanti a 90 gradi, si snoda a zig-zag per 1346 metri: fu opera dell’ingegnere svizzero Emilio Mayer, fu costruita in meno di due anni nel 1902, e finanziata da Krupp interamente, con la somma di 43.000 lire. A pochi minuti dai Giardini, c’è una conca pianeggiante, scelta per costruirvi il monastero, la Certosa di San Giacomo, fondata nel 1371 dal conte caprese Giacomo Arcucci, segretario della Regina Giovanna I di Napoli. Seguendo le regole del codice certosino (la preghiera, il lavoro, la solitudine), l’impianto monumentale presenta prima un ingresso con la foresteria e la farmacia; quindi, il chiostro piccolo dell’ultimo quarto del Trecento, sul portico del quale convergevano refettorio, biblioteca e chiesa; poi, il vero e proprio convento con il chiostro grande della fine del ‘500 con le celle e le zone di servizio, la sala capitolare, gli orti e l’alloggio del priore, esposti a ovest verso il mare. La chiesa, a navata unica, ha tre volte a crociera, mentre il refettorio ospita la sala-museo con i dipinti del pittore simbolista tedesco Karl Wilhelm Diefenbach che visse a Capri dal 1900 alla sua morte, nel 1913; una collezione di pittura tra ‘600 e ‘800, e le statue romane rivenute sui fondali della Grotta Azzurra. La Torre dell’orologio, infine, ha una cuspide con volute barocche. Va ricordato che nel 1534 la Certosa subì seri danni per l’incursione di Barbarossa, alla quale seguirono quelle di Mustafà Pascià (1553) e quella del corsaro Dragut. Dopo la fuga dei monaci, il complesso fu ampliato e fortificato. I lunghi lavori si conclusero nel 1636, riprendendo poi, nel 1691, con il restauro della torre, del chiostro grande e del presbiterio. oltre alla costruzione del campanile a tre arcate posto tra i due chiostri e demolito nel 1908. Oggi la Certosa è sede, oltre che del museo, di una scuola e della biblioteca comunale.

Edwin Cerio

Figlio di Ignazio, portò avanti l’opera del padre, mettendo le sue competenze tecniche al servizio dell’isola. Nato a Capri il 28 giugno 1875, Edwin Cerio, come tutti gli isolani interessati a proseguire gli studi, dové lasciare presto l’isola, per frequentare il Nautico e poi per laurearsi in ingegneria meccanica e navale a Genova. Dopo la laurea andò in Germania a lavorare per la Krupp per cui progettò navi e sommergibili militari. Poi si spostò oltreoceano, girando vari paesi dell’America Latina. Tornò in Italia nel 1913 e lavorò prima per Ansaldo e poi per la Fiat. Lasciò tutto per tornare a Capri, dove fu sindaco dal 1920 al 1923, preoccupandosi di dotare il Comune di un piano regolatore molto rigoroso e di salvaguardare l’architettura tipica dell’isola. Ampliò il cimitero acattolico creato dal padre. E come quest’ultimo si dedicò allo studio del patrimonio ambientale dell’isola, su cui scrisse diverse opere: nel 1927 Aria di Capri, l'anno successivo Cose di Capri, poi Manicomio tascabile (1934), Flora privata di Capri (1935), Guida inutile di Capri (1946). Meno fortunata fu la sua attività di romanziere. Morì a Capri il 24 gennaio 1960.

Maksim Gorkij Maksim Gorkij

(l’amaro) è lo pseudonimo di Aleksej Maksimovič Peškov, che nacque a Niznij Novgorod il 28 marzo 1868. Rimasto orfano da piccolo, fu cresciuto dalla nonna alla cui morte, appena diciannovenne, tentò il suicidio, per poi mettersi in viaggio a piedi per cinque anni, raggiungendo ogni angolo della Russia e facendo i più diversi lavori per mantenersi. Iniziò poi a scrivere da giornalista dell’amara realtà del paese che imparava a conoscere e da cui trasse l’idea per il suo pseudonimo. Quella realtà ispirò le storie dei romanzi e dei drammi che gli diedero il successo e lo portarono a entrare all’Accademia russa delle Scienze, da dove fu espulso perché le sue frequentazioni con i rivoluzionari e la notorietà di cui godeva avevano cominciato a preoccupare lo zar Nicola II. Arrestato e inviato al confino in Crimea, fu poi liberato e andò in esilio volontario in Italia, a Capri. Era il 1906, l’anno del suo capolavoro La madre, che segnò la nascita del realismo socialista. Nel 1905 aveva conosciuto Lenin, che appoggiò nel 1907 al congresso del partito bolscevico a Londra. Ma il loro rapporto si rafforzò proprio a Capri, dove lo ebbe ospite nel 1908 e poi nel 1910. Lì Gorkij era fondatore e animatore di una Scuola di tecnica rivoluzionaria in cui passarono tutti i fuoriusciti russi in Italia e anche per la scrittura fu un periodo particolarmente prolifico. Accompagnato dalla sua compagna, l’attrice Marija Fedorovna Gelabuskaja, viveva all’inizio a Villa Blaesus affacciata sui Faraglioni, per poi spostarsi a Villa Behring e poi a Villa Serena oggi Villa Pierina, case più grandi per accogliere i suoi connazionali. Si manteneva con le collaborazioni con i giornali, oltre a dedicarsi alla pesca a cui lo avevano istruito i pescatori locali con i quali aveva subito familiarizzato. Intanto intratteneva rapporti epistolari con numerosi scrittori russi e italiani e diversi esponenti dell’intelligentia europea andavano a trovarlo. Tornato in Russia, partecipò alla Rivoluzione e dopo l’affermazione bolscevica fondò una casa editrice, Letteratura universale. Ma la tubercolosi lo costrinse a lasciare di nuovo la Russia per un clima più favorevole. Sempre in Italia meridionale, stavolta la destinazione fu Sorrento, dove si fermò dal ’24, l’anno della morte di Lenin, al 1933, continuando senza sosta l’attività di scrittore, sotto lo stretto controllo della polizia fascista. Morì a Mosca il 18 giugno 1936.

Amedeo Maiuri

Uno dei grandi protagonisti dell’archeologia del Novecento, che diede un impulso decisivo alla conoscenza della storia antica della Campania. Amedeo Maiuri era nato a Veroli il 7 gennaio 1886 e, dopo gli studi classici, si era laureato in Lettere, per poi trasferirsi a Napoli come ispettore presso il Museo Archeologico Nazionale. Direttore del museo archeologico di Rodi e responsabile degli scavi nel Dodecanneso, rimase lontano dall’Italia per undici anni, per rientrare nel 1924 come sovrintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno e come direttore del Museo Archeologico di Napoli. Ruoli che durante la Seconda Guerra Mondiale gli permisero di adoperarsi per mettere al sicuro i reperti a rischio e per salvare Pompei dalle bombe che cadevano su Napoli e dintorni. Benchè avesse ricoperto incarichi di primo piano durante il fascismo, per i suoi indiscussi meriti scientifici Maiuri mantenne la sua posizione anche dopo la guerra, quando poté dedicarsi sia alla tutela dei siti e beni archeologici che alla loro esplorazione. Accademico dei Lincei, Maiuri lavorò soprattutto nell’area flegrea, a Pompei e a Capri, a cui era molto legato. Fu lui a scavare l’antica Cuma, a individuare l’antro della Sibilla, ad avviare lo scavo a Baia con le prime introspezioni nel sito archeologico sommerso. E a cercare a Liternum la villa e la tomba di Scipione l’Africano. Fu lui a riportare alla luce l’antica Ercolano e a riprendere l’esplorazione di Pompei, oltre a iniziare i restauri delle domus e a dotare il sito delle strutture e dei servizi funzionali alla fruizione del pubblico. A Capri, si dedicò ad approfondire la ricerca nelle aree di Villa Jovis e del Palazzo a Mare. Maiuri morì a Napoli il 7 aprile 1963.

Ignazio Cerio

Un caprese d’adozione che dedicò la vita all’isola amatissima, scoprendone i “segreti” più affascinanti. Abruzzese di Teramo, dove era nato il 28 febbraio 1840, Ignazio Cerio studiò medicina, laureandosi ad appena vent’anni, avviato dal padre alla carriera militare. Durò poco e nel1869 prese la decisione che gli avrebbe cambiato la vita: trasferirsi a Capri, dove avrebbe esercitato la professione medica, come effettivamente accadde negli anni seguenti. Ma oltre a prendersi cura della salute dei capresi, si prese cura anche dell’isola, con un approccio scientifico da ricercatore interessato a varie branche del sapere: dall’archeologia alla botanica, dalla zoologia alla climatologia. Supportò un gruppo di esperti napoletani negli studi sugli organismi marini, di cui procurava loro degli esemplari pescati con una draga che aveva progettato. E personalmente scoprì la lucertola dei Faraglioni, oltre ad approfondire la conoscenza degli altri endemismi della flora e della fauna dell’isola. Nel 1900 pubblicò il catalogo delle specie botaniche capresi in Flora dell’isola di Capri. Si dedicò pure alla ricerca archeologica, che lo portò a individuare un’abitazione del Neolitico nella Grotta delle Felci e in seguito testimonianze preistoriche a Tragara. Nel 1870 fondò il cimitero acattolico di Capri. Morì a Capri il 1° maggio 1821. Il figlio Edwin e la nuora Mabel Norman Cerio crearono in suo onore il Centro caprense di vita e di studi Ignazio Cerio.

Lenin

Una partita a scacchi memorabile. A giocarla era stato Vladimir Ulic Ulianov detto Lenin (22 april 1870 – 21 gennaio 1924) con Bogdanov a Capri, dove il padre della Rivoluzione russa era approdato per la prima volta il 23 aprile del 1908, ospite dell’amico Maxim Gorkij, che da tempo lo aveva invitato. Non era una vacanza, anche se Lenin non mancò di godere della bellezza dell’isola, di passeggiare tra le rovine romane, di concedersi lunghe e combattute partite a scacchi con gli esuli russi che frequentavano numerosi la Villa Blaesus dove soggiornava Gorkij. A Capri Lenin si era recato per rafforzare i rapporti con i capi rivoluzionari che lì facevano riferimento a Gorkij e alla Scuola di tecnica rivoluzionaria fondata dal grande scrittore insieme a Bogdanov, tra i maggiori esponenti del partito bolscevico. E proprio con Bogdanov in quella fase si erano evidenziate divergenze di visione che Lenin colse l’occasione per discutere direttamente durante quella intensa settimana caprese. Che terminò il 30 aprile, come previsto, quando Lenin partì per Ginevra, dove lo accolse una grande manifestazione per il Primo Maggio. Due anni dopo, il primo luglio 1910, Lenin tornò a Capri, di nuovo ospite di Gorkij per un soggiorno più lungo del precedente. L’obiettivo era sempre quello di incontrare i rivoluzionari russi che frequentavano l’isola e di rinsaldare le fila dei bolscevichi, ma stavolta l’ospite si dedicò ad approfondire la conoscenza di Capri e dei capresi. Alle passeggiate nei luoghi dov’erano le testimonianze archeologiche allora conosciute, si aggiunsero gli incontri con i pescatori isolani, di cui volle conoscere da vicino il modo di vivere e di lavorare in mare. E a fargli da guida e a presentargli i capresi, primo fra tutti il decano dei pescatori Giovanni Spadaro, fu naturalmente Gorkij, che ebbe modo di accompagnarlo anche alla scoperta di Pompei e di Napoli, dove Lenin mostrò ancora un forte interesse per l’archeologia. Renato Guttuso, nel centenario della nascita di Lenin, disegnò delle tavole dedicate a quella storica visita, mentre Manzù realizzò il busto di Lenin esposto nei Giardini di Augusto.

Curzio Malaparte

Cinquantanove anni vissuti sempre a mille, scelte di campo senza sfumature, personalità controversa, Curt Erich Suckert, noto con lo pseudonimo di Curzio Malaparte, madre italiana e padre tedesco, era nato a Prato il 9 giugno 1898. Studi classici, a soli sedici anni all’inizio della Prima Guerra Mondiale si era arruolato volontario nella Legione straniera per poi passare sottotenente nell’esercito italiano, guadagnandosi la medaglia di bronzo. Un’esperienza raccontata nel suo primo libro Viva Caporetto, ritirato per vilipendio. Partecipò alla marcia su Roma nel ’22, sostenitore della prima ora del fascismo, cominciò a prenderne le distanze dal ’25. Nel ’29 visitò l’Unione sovietica, dove conobbe Stalin e Gorkij, e assunse la direzione del quotidiano “La Stampa”. Con Tecnica del colpo di Stato, in cui attaccò Hitler e il nazismo, fu allontanato dal giornale e nel ’33, espulso dal partito, venne condannato al confino per cinque anni a Lipari, dove però trascorse pochi mesi, grazie all’amicizia con il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Era inviato del “Corriere della Sera” quando, nel 1936, arrivò a Capri ospite di Axel Munthe e rimase entusiasta dell’isola. In breve tempo acquistò il terreno a Punta Massullo, avviando le pratiche per la licenza edilizia per la quale si spese Ciano, che era anch’egli frequentatore dell’isola. I lavori per la “casa come me”, come amava chiamare la sua Villa Malaparte, di cui era stato il vero progettista, iniziarono nel 1938 e durarono fino al ’40. L’anno in cui, con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale fu inviato sul fronte greco, a cui seguirono varie destinazioni sul fronte orientale come inviato guerra. Alla caduta di Mussolini, nel ’43, si ritirò a vivere a Capri, dove scrisse il suo primo romanzo Kaputt. Nell’ultimo scorcio della guerra si avvicinò agli Alleati. Nel ’49 uscì La pelle, messo all’indice dalla Chiesa. Nel ’47 si era trasferito a Parigi e aveva cominciato ad avvicinarsi al comunismo, mentre era inviato in Italia e all’estero per “Il Tempo”. Nel ’57 viaggia in Unione sovietica e in Cina, paese da cui resta folgorato, dove intervistò anche Mao. Fu costretto a tornare velocemente a Roma per ricoverarsi per una grave malattia, che lo portò alla morte il 19 luglio 1957. Lasciata la sua casa di Capri alla Repubblica Popolare Cinese, gli eredi di famiglia impugnarono il testamento vincendo la causa, per cui Villa Malaparte è una proprietà privata.

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